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venerdì 11 ottobre 2013

Sesso compulsivo e ipersessualità: davvero un disturbo?


A mio parere no; anche se sembra una moda soffrire di sessualità compulsiva o ipersessualità (i due termini sono confusi e spesso interscambiabili).
Personaggi televisivi, del mondo della moda o della musica che disperati ammettono di essere dipendenti dal sesso e cercano di curarsi in apposite strutture....detta altrimenti: per giustificare la propria mancanza di valori e soprattutto di rispetto dell'altro membro della relazione di coppia, ove ci sia, si ricorre alla scusa del disturbo da dipendenza sessuale.
"Disturbo" trasversalmente diffuso tra uomini e donne, etero e omosessuali, sebbene si pensi che il gentil sesso sia vittima per lo più di shopping compulsivo piuttosto che di sesso compulsivo.
Non è vero: dove c'è un uomo che fa sesso compulsivo c'è una donna che pratica la stessa cosa oppure una donna che ha un qualche tipo di dipendenza e non riconosce quello che poi diventerà "quel bastardo che mi ha solo usata"...

Nel "grimorio" di psicologi e psichiatri (ovvero il DSM) è stata aggiunta la formula "Disturbi da Discontrollo degli Impulsi" (DDI), in cui rientrano tutte quelle problematiche a metà strada fra un disturbo ossessivo-compulsivo e la dipendenza patologica, di cui condividono alcune sintomatologie.
Infatti propria del disturbo ossessivo-compulsivo è l'"idea fissa", l'ossessione appunto, che è sempre presente in testa e che genera ansia perchè non si riesce a scacciarla se non grazie alla compulsione/rituale ovvero una qualunque azione/comportamento che soddisfa l'ossessione e consente l'abbassamento dei livelli di ansia.
Dai disturbi di tipo dipendente, per inciso si intende tossicodipendenza, il DDI prende a prestito sintomi quali l'astinenza (l'ordine più corretto, a mio avviso, è psicologica e poi fisica), il "craving" (la ricerca della sostanza quando si è in crisi di astinenza) e tutti i connotati emotivi e comportamentali propri di chi è in crisi di astinenza (fisica!) da sostanza quali aggressività, irrequietezza, ansia ecc ecc..

In comune questi disturbi hanno la cosiddetta "addiction", cioè la dipendenza e l'ansia che ne deriva e che è il fattore (leggasi sintomo) comune di tutta la categoria.

Chi mi conosce professionalmente (e non solo) sa che non vado molto d'accordo con le definizioni dei vari disturbi e con le etichette da dare alle persone...per quanto siano esse stesse che in primis, cercando su internet, si auto-attribuiscono queste etichette patologiche.
Certo ci e mi servono per capire in prima istanza il tipo di sofferenza che affligge una persona ma, come dicevo all'inizio, io non credo che tali problematiche siano dei disturbi definiti ma l'espressione di un bisogno, di una paura dello stesso bisogno e un comportamento messo in atto per evitare entrambi.

La sessualità compulsiva, che difficilmente viene messa in atto con lo stesso partner ma con partner diversi e il più delle volte occasionali, riflette spesso l'incapacità della persona di restare coinvolta intimamente in una relazione.
Ci sono persone che decidono serenamente e consapevolmente di non avere relazioni, restare single e "darsi alla pazza gioia", sessualmente parlando: nulla da obiettare se la scelta è consapevole e si ha rispetto per se stessi e per gli altri.
Ci sono persone che sono in coppia e tradiscono compulsivamente, mancando di rispetto verso sè, perchè mentono innanzitutto a se stessi continuando a stare in una relazione che non vogliono (il più delle volte) e soprattutto all'altro che forse crede davvero in quel valore che è la fedeltà e che invece l'altro membro finge di condividere.
Poi ci sono i single che vorrebbero una relazione ma temono di essere infedeli; gli indecisi insomma, quelli che non sanno nemmeno loro cosa vogliono dalla vita.
Ebbene, dal mio punto di vista, per queste ultime due categorie è stata confezionata la "scusa" della dipendenza sessuale, compulsiva, l'ipersessualità; ripeto che i confini "diagnostici" di queste definizioni sono molto labili.

Se siamo all'interno della coppia che non parla, che non trova più spazi per viversi come tale, che è presa da altro, sarà "normale" cercare altrove le gratificazioni, soprattutto di tipo sessuale.
A meno che non ci si trovi un amante fisso/a, si andrà di fiore in fiore generando un circolo vizioso che assumerà il carattere di sessualità compulsiva.
Molti single invece (uomini e donne indifferentemente) dietro l'ipersessualità e il sesso compulsivo nascondono spesso, paradossalmente, la paura del sesso stesso: sesso che porta malattie, sesso che genera ansia da prestazione con conseguente paura di fallire, sesso come bisogno di dimostrare di riuscire in qualcosa (ebbene si, per taluni anche questo). 
Spesso queste persone hanno un tale timore (inconsapevole il più delle volte) di rimanere coinvolti in una relazione a due, seria, profonda, intima, che preferiscono questo genere di sessualità: nessuno ha nulla da dire all'altro. Niente rapporto, solo sesso.

Dunque nel primo caso, cioè all'interno della coppia, abbiamo dei bisogni di attenzione, gratificazione, comprensione che non vengono più soddisfatti pienamente dal partner per milioni di motivi. 
Spesso non si parla di questo perchè "tanto ormai va così"...e arrivano gli amanti o lo "sballo" attraverso una sessualità promiscua (e pericolosa!).
A lungo andare, questo meccanismo, che diventerà una abitudine comportamentale, si sarà configurato come il tanto da me criticato disturbo da ipersessualità.
Per i single stesso discorso...la differenza potrebbe essere che il timore di vivere una relazione seria derivi da traumi e/o apprendimenti passati che condizionano fortemente il nostro modo di pensare in merito alle relazioni intimo affettive e sessuali.
Il sesso compulsivo occasionale, con sconosciuti, a pagamento o, per alcuni, la masturbazione compulsiva, diventano il mezzo per evitare il faccia a faccia con la paura di restare invischiati in una relazione e subire....chissà cosa??
E, ancora, coloro che non sanno nemmeno cosa vogliono: da se stessi, dalla relazione; confondono la passione con l'amore e non hanno valori stabili, finendo col prendere in giro se stessi e la persona con cui stanno.
Qualcuno si arrabbi pure se vuole ma se io tradisco all'insaputa dell'altro per il quale il valore della fedeltà e della coppia è importante sono un vigliacco che manca di rispetto all'altra persona e a me stesso.
Meglio restare soli o capire perchè dobbiamo/vogliamo per forza stare in coppia (e starci male, facendo soffrire l'altro e noi stessi!).

Quindi ribadisco che non considero una categoria diagnostica a sè la sessualità compulsiva, per quanto siano stati creati appositi protocolli terapeutici per trattare i DDI.
Ovviamente, trattandosi di "condizionamenti" questi protocolli saranno ottimi per rimettersi dal sintomo (come, per capirci, per gli attacchi di panico) ma i bisogni e gli evitamenti che sono generati da schemi disfunzionali restano tali e immodificati.

Il mio consiglio è quello di rivolgersi ad uno psicologo per affrontare quelle che sicuramente sono idee errate, anche inconsapevoli, sulle relazioni intime, sul sesso e, spesso, sull'immagine che abbiamo di noi stessi così da poter vivere serenamente e consapevolmente le nostre scelte, in coppia o da single.


mercoledì 2 ottobre 2013

Depressione: in aumento il consumo dei farmaci


La paura, la vergogna e la demotivazione a vivere
 ed agire che caratterizzano la depressione
 ci impediscono di riconoscere e sfruttare
 le infinite possibilità che riempono il mondo.
(M.F.)



Qualche giorno fa è apparso un articolo sul consumo di farmaci psicotropi da parte degli italiani.
Il rapporto annuale  dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) riferisce che in Italia il consumo di farmaci antidepressivi è notevolmente aumentato negli ultimi anni, soprattutto fra donne e anziani e che la causa sarebbe principalmente imputabile, sempre secondo l'AIFA, alla crisi che il nostro Paese sta attraversando.
A smentire questa relazione causa-effetto così netta è però l'Eurispes; ed io appoggio pienamente quanto rivela quest'ultimo rapporto.

Al di la della cause "presunte" dall'AIFA o dall'Eurispes, che sono solo ipotesi fuori da ogni possibile riscontro nella realtà, perchè, onestamente e personalmente, non credo proprio che questi signori statisti/giornalisti conoscano quale sia lo stato umorale delle persone che vivono in Italia, non lo trovo affatto ragionevole e quindi  possibile che il tasso di aumento di un prodotto farmaceutico come l'antidepressivo sia indicativo anche di un correlato aumento di disturbi dell'umore quali, appunto, la depressione.

Anzi io dico che sarebbe auspicabile che fosse così: perchè vorrebbe dire che le persone negli ultimi anni hanno iniziato a prestare attenzione al loro stato di salute mentale e si rivolgono ai professionisti del settore che li aiutano in maniera adeguata.

Dalla mia esperienza con i pazienti ma non solo, anche con amici o conoscenti che, per un motivo o per un altro, si sono trovati ad attraversare momenti di forte stress, accompagnato talora anche da sintomi ansiosi o di umore depresso, ho notato che questi, rivolgendosi al proprio medico "di fiducia" (leggasi medico di base) per parlargli della propria sintomatologia (perchè magari, giustamente, han pensato ad un problema fisico), si sono ritrovati dopo qualche minuto con in mano una bella ricetta per cipralex, paroxetina, zoloft oppure alprazolam, xanax ed è inutile che continui con la lista di antidepressivi o ansiolitici.
Insomma un classico "È un pò di stress; stai un pò esaurito: prendi un pò di questo e vedrai che ti passa!"

Ammetto che però sarebbe una gran cosa se il medico "di fiducia" fosse almeno aggiornato sui più recenti farmaci antidepressivi o ansiolitici piuttosto che dare un farmaco preistorico contro i cui effetti collaterali gli psichiatri "illuminati" ancora combattono per rimediare ad "orrori" commessi in passato  e che sono stati e tuttora sono la rovina di molte persone (ansia da rimbalzo, ossessioni, disregolazione umorale, problemi metabolici, insonnia, ecc.); gran cosa sarebbe anche non vedere i signori medici di base mentre cercano disperati sulla loro incasinatissima scrivania quel farmaco, quella locandina, quel bigliettino che qualche giorno prima  un qualche informatore scientifico ha lasciato, presentandogli un nuovo prodotto psicotropo che subito verrà prescritto al mal capitato (che, per chi non lo sapesse, equivale spesso ad un introito di qualche natura anche per il medico).

Quindi questa aspra critica per dire che saranno sicuramente aumentate le vendite degli antidepressivi ma purtroppo ciò non corrisponde alla "CURA" adeguata di tali disagi.
E ne è dimostrazione il fatto che non solo donne ma giovani e giovanissimi vengono travolti da disagi come la depressione, che troppo spesso, ultimamente, li portano a gesti estremi quali il suicidio e tutto perchè qualcuno ha pensato che fosse un "periodo no", piuttosto che un po' d'ansia o "problemi tipici dell'età".
Ignorando, non riconoscendo e trascurando un male quale è la depressione che in troppi credono incurabile e che in moltissimi, dai familiari ai medici, non riescono a vedere e a coglierne gli indizi affinchè possa essere curata, ebbene si, dai primi segnali.
E ancora una volta io mi ritrovo a dire ciò che molte persone credono invece impossibile: dalla depressione si guarisce, la depressione passa, farmacologicamente e con l'aiuto di  una terapia adeguata (come la cognitivo comportamentale, scientificamente dimostrata efficace) che, se fatta bene, consentirà anche di tornare a vivere senza farmaci (cosa che molti temono).
La depressione ci spegne giorno dopo giorno; è più facile pensare che prima o poi questo o quel farmaco farà finalmente il suo dovere e si ricomincerà a sorridere, ad uscire, a gioire della vita. 
E nell'attesa che ciò avvenga ci si ritira sempre più dalla vita, ci si rinchiude sempre più nel proprio mondo di malinconia, di solitudine, di perdita, di rabbia, di dolore e tutto lentamente si spegne.
La crisi che hanno voluto mettere in mezzo per giustificare l'aumento della depressione anzi delle depressioni obbliga a pensare anche alla spesa che occorre per sostenere un percorso di guarigione; ovvio che visto nel breve termine, di questi tempi, tutti saremmo portati a pensare che è meglio non "sprecare" soldi.
La questione è il lungo termine: cosa, se non riusciamo a risollevarci dal baratro della depressione, ci porterà in termini di perdite?Se non si avrà più la forza e la voglia di uscire a lavorare, di tirare avanti perchè la depressione porta a questo, sarà stata vana cosa il risparmio odierno, non trovate?
Quindi meglio pensare ad un investimento futuro per la propria salute, una sorta di assicurazione per la vita, che però sarà pagata per poco tempo ma che durerà per moltissimo, se non per sempre.


martedì 18 giugno 2013

Quando chiedere aiuto allo psicologo?


Purtroppo, troppo spesso, le persone decidono di rivolgersi ad un professionista abbastanza tardi, anche se, ahimè, a ragion veduta.
Nel 2013 l'alone che circonda la figura dello psicologo (e dello psicoterapeuta!) resta ancora circondata e intrisa da varie e svariate influenze che vanno dallo stimato professionista medico (ma lo psicologo un medico non è!!) al mago che risolverà i problemi perchè basta che gli parli e lui capisce tutto (magari!) per finire ad essere un non lontanissimo parente di astrologi e cartomanti (con tutto il rispetto per queste altre professioni) per finire con l'essere un ciarlatano e basta.
Dunque, grazie anche alle influenze dei mass media (film, libri e persino musica, specie di origine americana) e di una sub-cultura (tipicamente italiana) improntata al "i panni sporchi si lavano in famiglia" piuttosto che "non mi serve lo psicologo non sono mica matto!", la sofferenza e il disagio psicologico dilagano ad ogni età e con differenti intensità sempre più frequentemente, soprattutto nella attuale società contemporanea e di certo non è d'aiuto a nessuno lo scarso supporto fornito anche dai medici di base, troppo facilmente propensi a dispensare farmaci piuttosto che suggerire utili percorsi di salute mentale.

In genere, dunque, capita che una persona (o un suo familiare o una persona vicina) si rivolga ad uno psicologo solo quando i sintomi di un qualche disagio (ansia, panico, depressione, disturbi alimentari o altri) sono diventati ingestibili: la vita della persona è compromessa in vari ambiti e la sua qualità di vita e decisamente bassa.

Si può ricorrere all'aiuto dello psicologo per svariati motivi: lo psicologo non si occupa (o almeno non solo!) di "matti" (per quello che possa poi significare questo termine oggigiorno...) 
Pensiamo ad esempio a dei sintomi di ansia che iniziano a manifestarsi per un qualunque motivo: si tende a pensare che sia qualcosa di passeggero e, fortunatamente, molte volte lo è.
Altre volte, invece, questi sintomi iniziano a peggiorare: aumentano di frequenza, di intensità (spesso diventano delle vere e proprie crisi di ansia acuta o, peggio, degli attacchi di panico) e, a lungo andare, se non trattati in tempo e in maniera adeguata, possono invalidare la  vita di una persona, nel campo sociale, affettivo, lavorativo, ecc.
La persona colpita da questi sintomi inizierà a non uscire più, per paura di sentirsi male e non poter gestire i sintomi: questa "illusione" è in realtà evitamento, un comportamento (in realtà una vera e propria tecnica di sopravvivenza) che permette di evitare, appunto, situazioni, luoghi, persone che nella nostra mente potrebbero innescare i sintomi ansiosi (questa modalità comportamentale è valida per tutti i disturbi: ansia, depressione, fobie...).

Rivolgersi ad uno psicologo sin dai primi segnali di disagio è essenziale per prevenire l'aggravamento di una situazione.
Spesso i disagi mentali arrivano in maniera insidiosa, lentamente e ci si rende conto di essi solo quando esplodono potentemente nelle nostre vite; sarebbe bene che nella società odierna, così frettolosa, così egoista, così fortemente stressante, passasse da ogni ente di cura l'interesse a curare la propria sfera psicologica, con servizi adeguati e proposte professionali facilmente fruibili per tutti.
Lo psicologo è il professionista che può capire il disagio che una persona vive, fornire spiegazioni sul perchè sta vivendo una situazione di malessere e "tranquillizzarla" su ciò che sta passando (tecnicamente si dice "normalizzare", ovvero far capire alle persone, in maniera adeguata, che ciò che vivono non è indice di gravi malattie nè fisiche nè, soprattutto, mentali!).

Attraversare momenti di malessere psicologico può capitare: soffrire di depressione, ansia, attacchi di panico (tanto per citare i malesseri più diffusi) NON è indice di pazzia!
Spesso, le persone hanno paura proprio di questo: credono che soffrire di ansia o attraversare un periodo di depressione equivalga all'esordio della pazzia.
E poi ci sono i sentimenti di colpa e la vergogna dovuti a retaggi secolari connessi alla sofferenza mentale: la sofferenza psicologica diventa colpa della persona che ne soffre (etichettato come "debole") ma anche della famiglia di cui fa parte (colpa di genitori, famiglia, paese, nazione e tutto il resto a presso!).
Nasce la paura dello stigma sociale: "bisogna" tenere nascosti i sintomi della "malattia" così da non poter essere riconosciuti dalla società. 

I malesseri psicologici sono spaventosi: come si avverte un sintomo ci si spaventa; la prima volta è un trauma che si cerca immediatamente di dimenticare, spesso con mezzi assolutamente inadeguati: alcool, condotte lesive, farmaci, ecc.
Poi capita che il sintomo si ripresenti una seconda volta, una terza e poi ancora e ancora; e ogni volta la persona fa di tutto per arginare e contenere i "danni" dei sintomi: non ne parla per vergogna e ci si difende e ci si rinchiude sempre più, nell'attesa angosciosa che si ripresenti il sintomo o che scompaia magicamente.
Alla fine, però, purtroppo, il sintomo diventa parte della vita della persona, diventando cronico, sepolto sotto tutto ciò che una persona ha fatto per "nasconderlo", "non pensarci", "metterlo da parte".
Non si cerca supporto, nemmeno dagli amici o dai familiari; non se ne parla per vergogna e timore di essere diventata una "persona diversa": "un tempo ero quello forte: mai avrei pensato mi potesse capitare una cosa simile, a me. Io che ero uno su cui tutti hanno sempre fatto affidamento, il forte della situazione" (cit. "Un mio paziente")
Con l'aiuto dello psicologo la persona impara a capire che la mente umana mette in atto le più svariate strategie per fronteggiare le situazioni difficili e/o dolorose: alcuni funzionali, altre meno.
E quando si presentano le strategie non funzionali, perchè limitanti la vita di una persona, chiedere aiuto allo psicologo è fondamentale per imparare nuove strategie per fronteggiare i problemi della vita.
Questo non vuol dire che la persona sia sbagliata o che il suo modo di vivere sia sbagliato: significa che un problema richiede una soluzione che una persona da sola non riesce a trovare.
Le strategie che mettiamo in atto di fronte ai problemi, alle sfide che la vita ci pone le impariamo sin dall'infanzia e si consolidano nel tempo, attraverso l'esperienza e la maturità.
Alcune strategie ci saranno utili per tutta la vita e in tutte le situazioni mentre altre risulteranno inefficaci e questo non perchè ci manchi qualcosa e, quindi, siamo sbagliati ma perchè in quella situazione non ci siamo mai trovati prima: quindi, non abbiamo gli strumenti adatti per fronteggiarla perchè nessuno ce li ha insegnati!
Diventati adulti è difficile che riusciamo a cambiare un modo di pensare e di agire difronte alle situazioni nuove; si cerca di mettere in atto strategie che conosciamo o si tenta di trovarne di nuove, che possono o meno andare bene.
Ci sono abilità e competenze che acquisiamo sin da piccoli e nel corso del tempo risulteranno sempre le stesse, con poche differenze di "applicazione": ad esempio portare la bicicletta!
Prendiamo il guidare la macchina invece: quando la prima volta provai a guidare una macchina con il cambio automatico fu un disastro (anche la seconda e svariate successive volte: le abitudini son difficili da sostituire!); alla fine ho acquisito la nuova abilità di sapere guidare un auto cui manca il terzo pedale che ho sempre conosciuto e grazie al quale guidavo.
Se nessuno mi avesse insegnato come si guida una macchina col cambio automatico probabilmente non ne avrei mai guidata una.
Pensate che siano riduttivi gli esempi citati? Non lo sono; abilità comportamentali e capacità mentali ed emotive si acquisiscono e si mantengono in maniere identica.

Laddove le varie strategie note che vengono utilizzate falliscono, ecco che si manifesta il malessere, l'ansia, la paura per qualcosa che non sappiamo fronteggiare: condizioni queste normalissime, umane.

Un altro esempio: non vi è mai capitato di essere a casa, in silenzio, immersi nei vostri pensieri e all'improvviso... un fortissimo rumore proveniente dall'esterno o dall'interno della vostra abitazione.
La prima reazione? Vi girate immediatamente verso la fonte del rumore con il cuore che vi palpita in gola (se non avete già mandato un urlo e vi siete buttati sotto il tavolo -anche queste reazioni "normali")
Che tipo di reazione è stata? Un riflesso innato, fisiologico di sopravvivenza: la paura di qualcosa di sconosciuto (il rumore) ha attivato il nostro corpo (il cuore che batte, le orecchie tese, i muscoli rigidi) e siamo pronti a scattare in caso di pericolo (o a fuggire - sotto il tavolo - o a richiamare l'attenzione - urlare -)
Questi esempi servono a dimostrare che tutte le reazioni emotive e/o fisiche messe in atto in particolari situazioni fanno parte della natura umana ed hanno una loro funzionalità o almeno l'avevano in altre circostanze.
Quindi l'ansia, la depressione, il panico non sono sintomo di pazzia ma reazioni naturali esagerate, frutto di strategie che in quella situazione non sono più funzionali ed esprimono a un bisogno che richiede la nostra attenzione.

Noi sappiamo di cosa abbiamo bisogno e cosa la vita che conduciamo ci porta a privarci e/o a negarci: a lungo andare, questo stress, queste forzature che facciamo alle nostre vite, per i più svariati motivi, potrebbero portare alla manifestazione di sintomi psicologici: difficoltà affettive e relazionali, disturbi dell'umore, disturbi d'ansia, disturbi alimentari, ossessioni, fobie, scarsa autostima, incapacità di gestire la rabbia e tutto ciò che può inficiare il nostro benessere psicologico.
Se possiamo prenderci cura di noi perchè non farlo in maniera adeguata?
Fattore determinante per chiedere aiuto ad uno psicologo diventa ovviamente quello economico che si lega a quello temporale: costa tanto e lo si dovrà fare per chissà quanti anni.
Non è assolutamente vero, almeno la seconda parte: una terapia adeguata può anche durare 3 mesi, 3 incontri, 3 anni. Sulla questione economica io (e capisco che sono di parte) la vedo come un investimento su se stessi e sulla propria salute: spendiamo tanto per tantissime cose che non sempre ci sono utili ed essenziali; possiamo riuscire a progettare un budget specifico per noi stessi e il nostro benessere che sarà un investimento per il futuro, quando non ne avremo più bisogno.


sabato 2 marzo 2013

LA Psicoterapia





http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/02/psicoterapia-istruzioni-per-luso-3-durata-e-costo-della-terapia/517785/?utm_medium=referral&utm_source=pulsenews



E dire che il precedente articolo mi era molto piaciuto; questo è davvero troppo limitante e, sentendomi chiamato in causa, anche pò sminuente fino ad essere offensivo nei confronti di talune psicoterapie e di taluni psicoterapeuti, me compreso ovviamente.
Ridurre il lavoro con una persona, il cercare di capire assieme ad essa i suoi meccanismi di funzionamento mentale, guardando ciò in cui si manifestano e cioè comportamenti ed emozioni, a mera risoluzione di un sintomo beh....cosa ci chiede il medico?Ah si, i sintomi, per poi darci la "cura".
La psicoterapia è riuscire a modificare ciò che produce il sintomo, che altrimenti si ripresenterà ancora e ancora (la "non guarigione" ma sola "remissione").
Questo non vuol dire per forza anni di terapia o almeno non per tutti è uguale: significherebbe assimilare tutte le persone e tutte le loro personalità...

giovedì 12 aprile 2012

Gioco. D'azzardo. Patologico.



Meno di un mese fa leggevo in rete notizie relative a una "sconcertante" scoperta del monto scientifico e la conseguente preoccupazione dei colleghi psicologi e dei vari statisti che si son messi a fare ricerche ulteriori per approfondire l'argomento: sembrerebbe che il gioco d'azzardo "patologico" sia un disagio psicologico e sembrerebbe che si stia diffondendo moltissimo fra la popolazione italiana (tralascio quella mondiale).
Probabilmente solo io ho trovato "sconcertante" questa notizia, che ho visto riproporre nei giorni seguenti con tanto di interviste annesse a primari vari e a gran dottoroni (visti persino ai TG in televisione), che esprimevano la loro preoccupazione in merito al dilagare di questo fenomeno (il gioco d'azzardo) e su tutte le possibilità terapeutiche esistenti (ma dove?).
In realtà, ciò che ho definito sconcerto è forse sdegno, irritazione o sarcasmo professionale visto che SOLO ora sembrano fare attenzione ad un PROBLEMA diffusissimo e presente nel contesto italiano da anni e che da tempo è entrato a pieno titolo fra i disagi psicologici: parliamo, infatti, di Gioco d'Azzardo Patologico.

lunedì 31 gennaio 2011

Quel "brutto periodo" che diventa Depressione

A tutti capita di avere delle giornate "storte": giorni in cui sembra che tutto vada male, che tutti ce l'abbiano con noi, giorni in cui non crediamo in noi stessi e ci sentiamo travolti dagli eventi che ci accadono.
Ma poi, spesso e per fortuna, il giorno dopo va meglio o magari già alla fine della giornata, quando tornati a casa ritroviamo le nostre sicurezze e gli affetti che ci fanno stare bene.
Giornate così capitano molto frequentemente perchè non possiamo prevedere e prevenire tutto nella vita..
La variabile X che va storta e, di conseguenza, altera i nostri progetti e il nostro umore c'è sempre.
Ma, aggiungerei, per fortuna che c'è questa variabile X: è anch'essa che ci insegna qualcosa e ci permette di crescere come persone e, soprattutto, le circostanze che ci fanno stare male e ci rattristiscono molte volte ci permettono di godere maggiormente di ciò che ci fa stare bene.
Alle volte capita purtroppo che la giornata "NO" continui anche il giorno seguente e nei successivi anche.
Allora tutto comincia a diventare cupo e grigio; si perde interesse per ciò che prima si trovava attraente e piacevole, la motivazione a fare qualcosa diminuisce e con essa la propria autostima.

sabato 4 dicembre 2010

Anoressia: magrezza....top!



Si deve sicuramente augurare a questa giovane ragazza una carriera e un futuro ricco di soddisfazioni, visto il traguardo appena raggiunto.
Grazie ai suoi 188 cm e ai suoi 45 kg, ha infatti vinto il programma "America's next top model" e si apre per lei la strada delle passerelle per le più belle!
Il BMI (Body Mass Index - Indice di Massa Corporea) di questa ragazza è indicativo di uno stato di anoressia.
È  assolutamente fuor di dubbio che nel caso di questa ragazza non si tratta di magrezza bensì di anoressia.
Anoressia è, innanzitutto, una condizione medica conseguente, molto spesso, a disagi psicologici.
Condizione medica in quanto, in una tale condizione di deperimento, si alterano valori fisiologici essenziali e si va incontro alla perdita di alcune normali funzioni dell'organismo (nelle donne, ad esempio, si interrompe il ciclo).
Anoressia non significa solo voler esser magre/magri: è, soprattutto, un'incapacità a vedere il proprio corpo magro. Le persone che soffrono di anoressia non si vedono magre perchè hanno un disturbo dell'immagine corporea, termine che sta ad indicare il vedere parti del proprio corpo come grosse/grasse (per le donne soprattutto i fianchi o le cosce).
L'anoressia è una malattia, fisica e mentale, che può portare alla morte.
Fare "pubblicità" come queste, senza annesse spiegazioni della pericolosità dell'esser così magri, è sicuramente controproducente per una generazione di giovani molto affascinata dai facili successi e, talora, sprovvista di saldi valori personali e di vita.
Cosa potrebbe condurre una persona, specie i più giovani, a voler ridurre il proprio corpo a tale stato di sofferenza?
Le spiegazioni possono essere molte ma troppo vaghe. Ogni individuo ha la sua storia personale e, di conseguenza, il disturbo che sviluppa una persona ha origine nelle sue personalissime problematiche di vita.
Spesso il disturbo alimentare può rappresentare l'estremo tentativo da parte di una persona di manifestare un disagio all'interno del proprio nucleo familiare.
Facilmente nei soggetti anoressici si riscontra il pensiero che avere il controllo sul proprio corpo permette di compensare il caos che regna nell'ambiente in cui vivono.
Sarebbe a dire, visto che non riesco da solo a controllare un problema personale (la famiglia, l'amore, le amicizie) esprimo questa sofferenza tramite il corpo, che è l'unica cosa che riesco a controllare (attraverso il peso e, quindi, mangiando o meno).
Può capitare che una persona trovi difficoltà nell'esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri all'interno di un contesto che, forse, lo impedisce.
Questo tipo di sofferenza potrebbe essere manifestata attraverso il proprio corpo e il rifiuto del mangiare o attraverso l'abbuffata, come nel caso delle persone bulimiche, per soffocare quelle emozioni intollerabili.
Può accadere che, per le persone con questo tipo di disturbo, il non mangiare e, quindi, il continuo dimagrimento, sia l'unico modo che hanno per ottenere attenzione dalle persone care.
Altre volte vi sono disagi più profondi e complessi, spesso frutto di pensieri negativi su se stessi, sul proprio valore e sugli altri.
È molto importante supportare queste persone attraverso un adeguato percorso terapeutico, che le aiuti ad affrontare ed elaborare il proprio disagio in modi più funzionali.
L'anoressia è una malattia non un metodo per ottenere successo nella vita e dall'anoressia si può guarire.


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